“Quando ero bambino un’estate durava una vita.
Adesso dura un weekend.”
Se siete adulti, è probabile che almeno una di queste frasi vi sia passata per la testa. Da bambini il tempo sembrava avere una consistenza completamente diversa. Un pomeriggio poteva durare un’eternità, aspettare il proprio compleanno sembrava richiedere mesi e le vacanze estive parevano non finire mai. Poi cresciamo e, quasi senza accorgercene, gennaio diventa marzo, marzo diventa giugno e improvvisamente ci ritroviamo a chiederci come sia possibile che sia già Natale.
Eppure c’è una cosa importante da chiarire: il tempo non ha davvero iniziato ad andare più veloce. Un minuto continua a durare sessanta secondi e un anno continua ad avere 365 giorni. Quello che cambia è il modo in cui il nostro cervello percepisce, organizza e soprattutto ricorda il tempo che passa.
Ed è proprio qui che la faccenda diventa interessante.
Il tempo che viviamo e il tempo che ricordiamo
Quando diciamo che “il tempo vola”, in realtà possiamo riferirci a due esperienze molto diverse. La prima è quella del tempo mentre lo stiamo vivendo. Un’ora passata in coda nel traffico può sembrare interminabile, mentre un’ora trascorsa con gli amici può sparire senza che ce ne accorgiamo. La seconda riguarda invece il modo in cui percepiamo un periodo quando è ormai passato.
Ed è proprio in questo secondo caso che gli adulti sembrano avere un problema particolare.
Pensate a una vacanza di dieci giorni. Mentre siete lì, probabilmente vi sembra che tutto stia passando velocemente: una giornata al mare, una cena, una passeggiata e improvvisamente è già ora di tornare a casa. Una volta rientrati, però, quei dieci giorni possono sembrarvi incredibilmente pieni. Ricordate il ristorante, quella spiaggia, la strada sbagliata, il tramonto, la persona conosciuta per caso, l’escursione.
Ora pensate a dieci giorni trascorsi facendo esattamente le stesse cose ogni giorno. Quando saranno finiti, potrebbero sembrarvi quasi evaporati.
Il cronometro, in entrambi i casi, ha misurato esattamente lo stesso intervallo. È cambiato ciò che il cervello ha avuto da registrare.
La psicologia della percezione del tempo distingue infatti tra il modo in cui valutiamo la durata mentre un evento sta accadendo e il modo in cui la ricostruiamo quando è terminato. Attenzione, memoria e caratteristiche degli eventi vissuti possono influenzare profondamente questa esperienza.
Da bambini il mondo è pieno di prime volte
Per capire perché l’età adulta possa farci percepire il tempo come più veloce, possiamo fare un piccolo esperimento mentale. Immaginate di avere otto anni.
Il primo giorno di scuola è un evento. La prima volta che andate in vacanza senza i genitori è un evento. Il primo viaggio in aereo, il primo videogioco, il primo concerto, il primo amore, la prima volta che dormite a casa di un amico: tutto può essere nuovo.
E la novità è importante perché costringe il cervello a prestare attenzione.
Quando ci troviamo davanti a qualcosa che non conosciamo, dobbiamo osservare, orientarci, capire cosa sta succedendo e imparare. Un ambiente nuovo contiene moltissime informazioni che devono essere elaborate. Per questo una giornata dell’infanzia può essere composta da una quantità enorme di episodi distinti: non è semplicemente “martedì”, ma “il giorno in cui è successo questo, poi quello e poi quell’altro”.
Quando anni dopo proviamo a ricordarla, abbiamo quindi numerosi punti di riferimento a cui aggrapparci.
Crescendo, invece, molte esperienze diventano familiari. Ci svegliamo, facciamo colazione, andiamo al lavoro, torniamo a casa, facciamo la spesa, ceniamo e andiamo a dormire. Il giorno dopo ricominciamo. Non c’è niente di necessariamente negativo in tutto questo: le routine sono utili e permettono al cervello di risparmiare risorse. Ma hanno un effetto collaterale curioso: molte giornate finiscono per assomigliarsi tra loro.
Il lunedì assomiglia al martedì, il martedì al mercoledì e, prima che ce ne accorgiamo, è venerdì. Poi passa un mese. Poi tre. Poi ci rendiamo conto che sono trascorsi cinque anni da quando abbiamo iniziato quel lavoro.
E quando proviamo a ricordare quei cinque anni, potremmo avere la sensazione che siano volati.
Il cervello non conserva il tempo come un video
Uno dei motivi è che la nostra memoria non funziona come una videocamera che registra ogni secondo della nostra vita. Conserviamo soprattutto eventi, episodi, cambiamenti e momenti che per qualche ragione hanno attirato la nostra attenzione.
Quando cerchiamo di capire quanto sia durato un periodo passato, quindi, non recuperiamo una registrazione precisa della sua durata. In parte ricostruiamo quella durata attraverso ciò che ricordiamo.
È una distinzione fondamentale. Il cervello non si limita a chiedersi “quanto tempo è passato?”. In qualche modo deve anche ricostruire “che cosa è successo durante quel periodo?”.
Se troviamo molti episodi distinti, il periodo può sembrarci ricco e lungo. Se invece troviamo una sequenza di giornate molto simili tra loro, il periodo può apparire estremamente breve quando lo guardiamo a posteriori.
È uno dei motivi per cui una settimana di vacanza può sembrare lunghissima quando la ricordiamo, mentre sei mesi di routine lavorativa possono ridursi mentalmente a una manciata di immagini.
La ricerca sulla percezione del tempo distingue proprio tra i meccanismi che entrano in gioco quando giudichiamo una durata mentre la stiamo vivendo e quelli che utilizziamo quando la ricostruiamo dalla memoria. In quest’ultimo caso, il numero e la natura degli eventi ricordati diventano particolarmente importanti.
Il paradosso della vacanza
Ed è qui che compare uno dei paradossi più affascinanti della percezione del tempo.
Una vacanza piena di esperienze nuove può sembrare velocissima mentre la stiamo vivendo. Siamo talmente coinvolti da quello che facciamo che non prestiamo particolare attenzione allo scorrere delle ore. Quando torniamo a casa, però, quella stessa vacanza può sembrarci lunghissima perché la memoria contiene moltissimi episodi distinti.
Una giornata trascorsa in aeroporto, invece, può essere l’esatto contrario. Mentre la viviamo, ogni minuto sembra durare un’eternità perché siamo continuamente consapevoli del tempo che passa. Una volta trascorsa, però, potrebbe lasciare pochissime tracce nella memoria e sembrarci molto più breve.
Questo ci dice qualcosa di importante: la velocità con cui percepiamo il tempo mentre lo viviamo non coincide necessariamente con la velocità con cui lo percepiamo quando lo ricordiamo.
E questo spiega perché possiamo dire contemporaneamente “questa giornata non finisce più” e, qualche mese dopo, “non so dove siano finiti gli ultimi sei mesi”.
C’entra anche l’età
A questo punto possiamo tornare alla domanda iniziale: perché tutto questo sembra peggiorare quando diventiamo adulti?
Una delle spiegazioni più intuitive riguarda la proporzione. Quando abbiamo cinque anni, un anno rappresenta una parte enorme della nostra esperienza: è il 20% della nostra vita. Quando ne abbiamo cinquanta, quello stesso anno rappresenta appena il 2%.
Questa intuizione ha dato origine alla cosiddetta teoria del tempo proporzionale, secondo cui la durata soggettiva di un periodo potrebbe dipendere anche dalla sua proporzione rispetto al tempo già vissuto.
L’idea è semplice: per un bambino un anno è una fetta gigantesca della propria esperienza; per un adulto è una fetta molto più piccola.
È una spiegazione affascinante e intuitiva, ma non basta da sola a spiegare il fenomeno. La ricerca suggerisce infatti che l’effetto dell’età sulla percezione soggettiva del tempo è reale ma complesso e non può essere ricondotto a un singolo meccanismo.
In altre parole, non esiste un momento preciso in cui il nostro cervello decide: “Da oggi gli anni passeranno più velocemente”.
È più probabile che entrino in gioco diversi fattori contemporaneamente: età, attenzione, routine, novità, memoria e cambiamenti nel modo in cui organizziamo le nostre esperienze.
La routine comprime il tempo
C’è poi un aspetto particolarmente interessante della vita adulta: possiamo vivere moltissime cose senza necessariamente creare moltissimi ricordi distintivi.
Pensate a una normale settimana lavorativa. Potreste avere decine di email, riunioni, telefonate, commissioni, spostamenti e piccoli problemi da risolvere. La settimana è stata tutt’altro che vuota. Eppure, una volta trascorsi alcuni mesi, potreste fare fatica a ricordare cosa avete fatto esattamente quel martedì pomeriggio.
Il cervello può raggruppare esperienze simili in categorie più generali: “quel periodo al lavoro”, “quell’estate”, “quegli anni all’università”.
In questo senso, la routine può funzionare quasi come un sistema di compressione della memoria. Non abbiamo bisogno di conservare ogni dettaglio di una situazione che conosciamo già bene.
È anche per questo che, guardando indietro, gli anni caratterizzati da molti cambiamenti possono sembrare più lunghi e pieni rispetto a periodi in cui tutto è rimasto molto simile.
Non significa che abbiamo vissuto meno. Significa che abbiamo meno punti di riferimento distintivi con cui ricostruire quel periodo.
Ma allora basta fare cose nuove per rallentare il tempo?
Non proprio.
Non esiste un trucco psicologico che permetta di rallentare davvero il tempo. E non avrebbe molto senso trasformare ogni giornata in una gara alla novità.
La routine, come abbiamo visto, è utile. Ci permette di automatizzare comportamenti, ridurre il carico cognitivo e concentrarci sulle cose che contano davvero. Il problema nasce quando una parte troppo grande della nostra vita diventa indistinguibile dalla precedente.
La novità può invece creare nuovi punti di riferimento nella memoria. Non deve necessariamente significare partire per un viaggio dall’altra parte del mondo. Può essere imparare qualcosa, visitare un posto mai visto, cambiare percorso, conoscere persone nuove, iniziare un'attività o semplicemente interrompere ogni tanto una sequenza di giornate identiche.
Il punto non è vivere continuamente esperienze straordinarie. È evitare che interi periodi della nostra vita diventino un unico grande “come al solito”.
Anche l’attenzione cambia la nostra esperienza del tempo
C’è però un altro ingrediente fondamentale: l’attenzione.
Quando siamo concentrati sul passaggio del tempo, il tempo può sembrarci più lento. È quello che succede quando aspettiamo qualcuno che è in ritardo o guardiamo continuamente l’orologio durante una riunione interminabile.
Al contrario, quando siamo completamente assorbiti da un’attività, possiamo perdere la percezione dello scorrere delle ore.
È il motivo per cui un videogioco, una conversazione interessante o un pomeriggio passato a fare qualcosa che ci appassiona possono farci esclamare: “Ma sono già le otto?”.
L’orologio non ha accelerato. Semplicemente, la nostra attenzione era concentrata altrove.
Questo rende la percezione del tempo qualcosa di molto meno simile a un cronometro di quanto immaginiamo. Il nostro cervello non legge passivamente il tempo: lo interpreta continuamente in base a ciò che stiamo facendo, osservando e ricordando.
Forse non ci manca il tempo. Ci mancano i ricordi
A questo punto possiamo tornare alla sensazione con cui abbiamo iniziato.
“Com'è possibile che siano già passati dieci anni?”
La risposta probabilmente non è che il tempo abbia iniziato a correre quando siamo diventati adulti. È che il nostro cervello non conserva quei dieci anni come dieci anni di esperienza dettagliata.
Conserva alcuni momenti molto nitidi e comprime tutto il resto.
Ricordiamo il primo giorno di università, il viaggio in cui è successo qualcosa di assurdo, la persona incontrata per caso, il primo lavoro, quella vacanza, quella particolare estate. Nel frattempo, centinaia di giornate normali possono fondersi in un’unica grande categoria mentale.
“Quegli anni.”
Ed è forse questa la sensazione che interpretiamo come accelerazione del tempo.
Non è necessariamente il tempo ad essere diventato più veloce. È il passato ad essere diventato più compatto.
Possiamo fare qualcosa?
Non possiamo rallentare il tempo e non possiamo nemmeno costringere il nostro cervello a ricordare ogni giorno della nostra vita. Possiamo però essere consapevoli di come stiamo costruendo quei ricordi.
Introdurre occasionalmente qualcosa di nuovo, uscire dalle proprie routine, prestare attenzione a ciò che stiamo facendo e creare momenti che abbiano un significato personale può rendere la nostra esperienza più ricca di punti di riferimento.
Non significa vivere ogni giornata come se dovesse diventare memorabile. Sarebbe impossibile e, probabilmente, anche piuttosto stancante.
Significa piuttosto ricordarsi che una vita fatta soltanto di giornate molto simili tra loro può essere percepita come molto più breve quando la guardiamo a posteriori.
Forse è questo il motivo per cui, quando ripensiamo all'infanzia, alcune estati sembrano durare mesi.
Non perché allora il tempo scorresse più lentamente.
Ma perché quasi tutto era nuovo.
In conclusione
Il tempo non accelera davvero quando diventiamo adulti. A cambiare è il modo in cui il nostro cervello lo vive e lo ricostruisce.
Da bambini incontriamo continuamente cose nuove, costruiamo molti ricordi distintivi e una singola esperienza può occupare una parte enorme della nostra memoria. Da adulti, invece, le routine aumentano, molte esperienze diventano familiari e interi periodi possono essere compressi in pochi ricordi.
Per questo può succedere qualcosa di apparentemente assurdo: una giornata può sembrarci lunghissima mentre la viviamo e un anno può sembrarci brevissimo quando è passato.
Il tempo, insomma, non è soltanto quello che misura l'orologio. È anche quello che il nostro cervello riesce a ricordare.
Forse la domanda interessante non è quindi come fare a rallentare il tempo.
È chiedersi quante cose, tra dieci anni, riusciremo a distinguere quando ci volteremo indietro.
Perché magari non possiamo avere più tempo.
Ma possiamo provare a fare in modo che quello che abbiamo lasci una traccia.