Marco aveva 34 anni, un lavoro autonomo, una casa tutta sua e relazioni affettive che si prendeva cura di costruire con onestà.
Eppure, bastava una telefonata con sua madre a farlo sentire di nuovo un ragazzino confuso, in colpa, arrabbiato.
“Ogni volta che provo a mettere un confine, sembra che io la stia ferendo.”
“Quando ho bisogno di supporto, cambia discorso o mi dice che esagero.”
“Alla fine, è più semplice non dire niente.”
Marco non era né ingrato né problematico.
Stava solo facendo i conti con qualcosa che in molti sperimentano, ma che in pochi riescono a nominare:
crescere con genitori emotivamente immaturi.
Ma cosa significa, esattamente?
In psicologia, non esiste una diagnosi chiamata “genitore immaturo”.
Ma esistono tratti ricorrenti, spesso radicati a loro volta in ferite non elaborate, che rendono difficile per alcuni adulti “fare da adulti” nel legame con i propri figli, anche quando questi figli sono ormai cresciuti.
Un genitore emotivamente immaturo tende a:
- evitare il confronto emotivo diretto (soprattutto se scomodo),
- reagire in modo eccessivo o passivo-aggressivo alle critiche,
- faticare a riconoscere l’esperienza soggettiva dell’altro,
- usare i figli (anche inconsapevolmente) come fonte di conforto, sfogo o conferma personale.
Spesso non si tratta di cattiveria, ma di mancanza di alfabetizzazione emotiva.
E chi è cresciuto in questo tipo di dinamica lo sa bene: può voler bene profondamente a quei genitori, ma sentire che nel legame qualcosa non funziona.
Crescere... restando piccoli
Una parte centrale del nostro sviluppo identitario avviene attraverso il rispecchiamento: ci scopriamo attraverso gli occhi di chi ci guarda.
Quando quello sguardo è instabile, giudicante, o emotivamente assente, impariamo fin da piccoli a “fare attenzione”:
- a non turbare l’equilibrio dell’altro,
- a non esprimere disaccordo,
- a non avere “troppo bisogno”.
E quella dinamica, anche se ci allontaniamo fisicamente, può restare viva per anni.
Ci si ritrova adulti, con vite autonome, ma dentro dinamiche familiari che sembrano ancora scritte con un copione antico.
La lealtà che blocca
In terapia si parla spesso di lealtà invisibile: una fedeltà affettiva che ci tiene legati al dolore dei nostri genitori, anche a costo del nostro benessere.
“Se inizio a cambiare, lo ferisco.”
“Se metto distanza, divento egoista.”
“Se sto meglio di loro, mi sento in colpa.”
È una trappola affettiva molto comune.
Ma anche una delle più dolorose, perché costringe a scegliere tra due bisogni vitali: essere fedeli a chi ci ha dato la vita o essere fedeli a chi stiamo diventando.
Cosa dice la psicologia
La teoria dell’attaccamento ci insegna che i modelli relazionali appresi nell’infanzia non sono una condanna: si possono aggiornare, rivedere, riscrivere.
Non significa rinnegare le proprie origini.
Significa rendersi conto di ciò che è mancato e decidere consapevolmente come vogliamo stare in relazione, oggi.
A volte si tratta di mettere un limite.
Altre, di smettere di cercare approvazione dove non può arrivare.
Altre ancora, di costruire la propria “famiglia affettiva” altrove: tra amici, partner, terapeuti, colleghi.
Storie che cambiano
Marco, con il tempo, ha smesso di cercare in sua madre quel tipo di presenza emotiva che lei non era in grado di dare.
Ha iniziato a parlare con più chiarezza, anche se con più distanza.
Ha sentito crescere dentro di sé una nuova forma di rispetto: non solo verso di lei, ma verso sé stesso.
Non era più un figlio che doveva compiacere.
Era un adulto che aveva imparato a scegliersi.
Se leggendo queste righe hai sentito qualcosa risuonare, non sei solo.
Molti adulti vivono un senso di confusione e solitudine nel rapporto con i propri genitori.
Non è colpa tua.
E non c’è nulla da “sistemare” in fretta.
Forse è solo il momento di riconoscere la complessità di quel legame,
di vedere con occhi nuovi ciò che da bambini non potevamo capire,
e di iniziare a costruire relazioni che ci vedano per davvero.
Su Gitaigo puoi trovare uno spazio dove farlo con delicatezza, senza sentirti esagerato o ingrato.
Perché anche il coraggio di cambiare ruolo da figlio a persona intera è un atto profondamente umano.
E merita ascolto.